Lo spettacolo
Due protagonisti: Richard e la Storia
Shakespeare è come il mondo, o come la vita stessa: ogni tempo trova in lui quello che cerca, e difatti sembra sempre che scriva di noi.
La prima cosa che ci è saltata all'occhio è che Richard è simpatico. È incredibile ma è così. Intanto perché ci fa suoi complici: continua a parlare sfacciatamente con noi, il pubblico, e ci racconta strada facendo che cosa ha intenzione di fare, pezzo per pezzo. E poi è intelligentissimo e spiritoso: i suoi ping-pong dialettici con il mondo sono come fuochi d'artificio.
Per forza tutti rimangono soggiogati da questo lump of foul deformity. Lo insultano, soprattutto le donne che ruotano intorno a lui (Shakespeare è celebrato anche per i suoi insulti, e qui ne sentirete tanti). Al Cielo, Richard è Beniamino Borciani, che non è piccolo e non è un foul lump: poi ci direte se la nostra scelta visiva vi piace.
Ma Richard gli insulti se li fa scivolare addosso: ci è abituato, e in qualche modo ha trovato, nell'abisso del disprezzo in cui è vissuto, una ragione d'essere. La sua deformità esteriore è origine, ma allo stesso tempo metafora, della sua deformità interiore. Riccardo è uno dei tanti Registi shakespeariani che «giocano a fare Dio», come Oberon, Prospero e Amleto stesso.
E poi il gruppo intorno a lui
Cinque attori
per ventotto personaggi.
Anche questo è stato un viaggio stupendo nella complicità teatrale fra antiche conoscenze (Anna, Benedetta, Beniamino) e i nuovi talentuosi e generosi amici Valentina Scuderi e Nicholas Redding.
Cinque re in scena: alcuni nella bara, altri che morranno di morte naturale o strangolati, altri che arriveranno trionfatori alla fine. Anche Al Pacino, nel suo film Looking for Richard, dichiarava che la trama è un casino. È vero. Anche perché si chiamano quasi tutti Riccardo o Edoardo: qualche volta Enrico. Ma fa niente.
L'importante è che si tratta di una famiglia disfunzionale che inscena una palestra di rapporti violenti e crudeli, dove la diversità è oggetto di maledizione profetica, e la maledizione penetra oltre le nubi fino a un Dio anch'egli pronto ad ascoltarle.
Mai come in questa vicenda le donne sono importanti: sono regine, ma sono le madri, le mogli, le nonne, che subiscono la violenza del potere e vedono spegnersi le vite che hanno generato. Esse stesse violente e al tempo stesso impotenti, queste vecchie regine trovano l'unico sfogo nelle loro invettive: una liturgia, un rituale esorcistico che ricorda il coro della tragedia greca, mentre l'azione scenica mostra epicamente la natura quasi scimmiesca dei personaggi maschili. Re o nobili che siano, non importa: sono cugini, zii, sono una famiglia, sono un branco. Sono il volto violento del potere.
Il viaggio
Per tutta la parte centrale, legata all'azione politica (e omicida), abbiamo optato per un taglio veloce, quasi cinematografico, clownesco, in cui il cambio di costume diventa in sé un virtuosismo. Si precipita verso la catastrofe in pochi gesti chiari. L'obiettivo è là: la corona. È semplice in fondo. Quanta gente manca da uccidere? Il problema si porrà dopo, quando la corona ci sarà, e la coscienza si farà sentire.
Shakespeare sapeva molto bene quanto è importante conoscere la Storia, e se stessi attraverso la Storia. È questo, a noi pare, il messaggio nella bottiglia, molto urgente, che il Bardo ci invia. Oggi, qui e ora.